La nascita della fotografia in bianco e nero che, se prima deforma, poi unisce i significati di eleganza e sensualità femminile creando una vera e propria ALTER_AZIONE. Questa la base di partenza della collezione Primavera/Estate 2020 del marchio Mitù attraverso un viaggio che attraversa mondi di storia della moda e del costume per confluire su terreni di altrettanta deformazione sensoriale.

Il Dadaismo è il periodo di riferimento, nato con l’intento di creare nuove forme di espressione dall’arte alla fotografia. Ecco, quindi, come attraverso uno “specchio rotto” in più parti vediamo riflettersi il volto di una donna energica. Un multiplo che azzera le distanze e che porta la collezione direttamente agli anni ’50 e ’60 quando il concetto di “unisex” vede la sua prima nascita fino a confluire in collezioni azzeranti il confine tra maschile e femminile oggi riconosciute come “genderless”.

Unisex è un termine nato negli anni ’60, legato agli stilisti della cosiddetta “Space Age”. Questo aggettivo si riferiva non tanto alla neutralità dell’abbigliamento o alla fluidità di genere, quanto più ad un’immagine di femminilità nuova, più androgina e mascolinizzata. Tra i capi iconici rappresentativi dell’unisex troviamo la “t-shirt” ed il “blue jeans”.

La collezione PE2020 di Mitù prevede per la donna tagli corti, alla “garconne”, o lunghezze midi come proposta creativa che prendono la mano a lunghezze contornate da geometrismi di frange che, a loro volta, strizzano l’occhio a periodi di ribellione di senso, dialogando con la proposta di tagli dedicati all’uomo. Quindi, una cinematografia contemporanea contro corrente che rivela nuovi archetipi ed ossimori dai colori questa volta audaci e squillanti.

“Ognuno di noi è diverso, ogni persona è un mondo da scoprire”. Con questa frase, detta da una famosissima attrice del panorama cinematografico internazionale, ben si introduce il concetto di “deformazione” che, oggi più che mai, la moda porta alla ribalta e al successo in ogni suo dettaglio: dallo storytelling al videotelling; dalle passerelle internazionali alle vetrine delle boutique; dal make -up allo styling. Così l’imperfezione sale sul podio del successo, grazie ancora una volta alla fotografia e al suo effetto impattante e alla cinematografia la quale, con la scelta degli abiti, o dei costumi, arriva a ribaltare essa stessa la bellezza canonica ridefinendo i confini estetici. Il difetto diventa cifra stilistica e garanzia di obiettivi, ponendo anche l’errore tra gli obiettivi da raggiungere.

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