Lo shampometro sembra una battuta ma non lo è: con la sentenza del 23/9/2020 n. 2684/7, infatti, la Commissione Tributaria Reginale del Lazio ha confermato che, dai consumi di shampoo, potrebbero scaturire accertamenti fiscali.
In pratica, più consumi di shampoo ci sono nel vostro salone e più ci sarebbe materia imponibile da tassare, secondo le interpretazioni dell’agenzia delle entrate.

In base a quanto riportato nella massima di tale decisione, risulta legittimo l’avviso di accertamento emesso nei confronti del parrucchiere che sia fondato sul consumo degli shampoo eseguiti sui clienti
Anche i ristoranti hanno subito la stessa sorte con il bottigliometro e il tovagliometro e tale conclusione ha confermato quanto già stabilito in primo grado dalla CTP, a seguito del ricorso proposto da una società esercente servizi di barbiere e parrucchiere, nonché servizi estetici.

La decisione, secondo i giudici del Lazio, tiene conto della costante giurisprudenza della Suprema Corte che, da ultimo, ha nuovamente ritenuto legittimo l’utilizzo di metodi analoghi a quelli utilizzati, appunto, per gli accertamenti sulle attività di ristorazione (Cass. n. 6058/2020).

In base a ciò, concludono i giudici, ai fini dell’accertamento analitico-induttivo, risulta pienamente valido, il ricorso alla valutazione degli acquisti di materie di uso tipiche dell’attività di parrucchiere come lo shampoo.

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