Perdi i capelli? È colpa della prostata! Lo sostiene una ricerca spagnola e noi vi proponiamo l’articolo uscito sul Secolo XIX di Federico Mereta.

Se avete iniziato a perdere i capelli fin da giovani e adesso, passata la soglia degli “anta”, vi ritrovate con una testa stile tenente Kojak, è meglio che teniate sotto controllo la prostata. Secondo una ricerca spagnola, pubblicata sul Journal of the American Academy of Dermatology, chi è affetto da calvizie precoce, cioè prima dei trent’anni, ha più probabilità di andare incontro a ipertrofia prostatica benigna.

Ovvero quel rigonfiamento della ghiandola prostatica che si manifesta con il frequente stimolo a urinare. Lo studio ha preso in esame 45 persone calve, confrontando la salute del loro apparato con quella di altri 42 individui di pari età. Il risultato è stato che nei “pelati” i disturbi della prostata risultano più frequenti. La correlazione tra i due fenomeni dipenderebbe da un ormone, il diidrotestosterone, che in entrambe le situazioni sarebbe prodotto in eccesso, influenzando da un lato la calvizie dall’altro l’ingrandimento precoce della ghiandola. Precoce perchè l’ipertrofia prostatica benigna è una delle patologie più frequenti del maschio adulto ma in genere si manifesta nella tarda età. Tanto da colpire una persona su quattro dopo i settant’anni.

Ma se l’aumento del volume della prostata è soprattutto una questione d’età, la situazione cambia quando si parla di tumore della ghiandola, oggi tra i più frequenti. In media un uomo su sei sopra i 50 anni potrebbe essere a rischio tumore e ogni anno, In Italia, i nuovi casi sono 43.000 mila. Gli specialisti dell’Associazione urologi italiani, che si riuniranno a Genova da mercoledì, presentano una ricetta semplice per scoprire, e quindi combattere, tempestivamente il nemico.

A partire dai 45 – 50 anni gli uomini devono chiedere al proprio medico di base tutte le informazioni utili per sottoporsi a un check up. L’esame del Psa, antigene prostato specifico, ad esempio, è una semplice analisi del sangue che può rivelare l’insorgere della patologia e portare all’individuazione del possibile tumore.

Se il test dà risultati alterati, cioè i valori di Psa sono elevati, occorre iniziare un percorso per scoprire se davvero nella ghiandola prostatica sono annidate cellule maligne, o se quei valori si possono spiegare in altro modo. Evitando quindi il rischio di parlare di tumore quando invece si tratta di una forte infiammazione.

Anche in caso di cancro, però, è necessario valutare bene la terapia: «Si, bisogna evitare un eccesso di trattamento» spiega Paolo Puppo, responsabile dell’Urologia oncologica dell’istituto Humanitas di Castellanza e direttore del centro di eccellenza di urologia dell’Asl imperiese. «In altre parole» prosegue Puppo «non tutti i tumori della prostata meritano di essere trattati subito con ormoni, chirurgia e radioterapia». Inoltre, anche nelle forme più avanzate, dopo altre terapie si può ricorrere a nuovi farmaci di tipo ormonale come l’abiraterone o a moderni chemioterapici, come cabazitaxel.

Trattando tutti allo stesso modo si pongono infatti alla stessa stregua tumori innocenti, che magari si svilupperanno in decine di anni e non creeranno problemi, e possibili killer che invece vanno affrontati prima possibile. Per capire bene è necessaria la biopsia, cioè il prelievo di cellule all’interno della ghiandola per vedere se sono malate. Il problema è che oggi l’ago della biopsia viene guidato tramite ecografia, che purtroppo è in due dimensioni e quindi non consente la registrazione del passaggio dell’ago.

Quindi si arriva anche a fare venti o più prelievi per cercare di mappare l’intera ghiandola, con evidente disagio per il malato. «L’ideale sarebbe fare biopsie sotto risonanza magnetica, ma purtroppo a oggi non è possibile» spiega Puppo «però è in arrivo un nuovo software che agisce in combinazione con un ecografo in 3D ed è capace di combinare le immagini della risonanza con quelle ecografiche.

In pratica si lavora in tre dimensioni, con possibilità di simulare il tragitto della biopsia e cambiarlo se non soddisfacente. E di registrare il tragitto di ogni biopsia. In più, la zona designata dalla risonanza magnetica come la più sospetta, dopo la fusione di immagine con l’ecografia, compare come un bersaglio nell’immagine ricostruita in 3 D. In modo tale che l’operatore possa pianificare e verificarne la precisione della puntura per prelevare le cellule».

Fonte: Il Secolo XIX-Salute (http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/2012/09/17/AP3EfvSD-prostata_capelli_attento.shtml)

Commenti