Si è chiusa da pochi giorni l’edizione 2026 di Cosmoprof Worldwide Bologna 2026 e i numeri, come ogni anno, restituiscono un’immagine imponente: oltre 250.000 visitatori provenienti da più di 150 Paesi, più di 3.000 espositori da 68 nazioni e oltre 10.000 brand rappresentati. Dati che confermano, senza alcun dubbio, il ruolo centrale della manifestazione nel panorama globale della cosmetica.
Numeri che non siamo certo noi a mettere in discussione.
Quello su cui riteniamo sia corretto aprire una riflessione è piuttosto ciò che questi numeri non raccontano.
Vivendo la fiera in prima persona, l’esperienza restituisce infatti una percezione diversa. L’accesso è stato fluido, senza particolari criticità nei parcheggi o agli ingressi, e all’interno di diversi padiglioni si percepiva una frequentazione gestibile, in alcuni momenti lontana da quella densità che storicamente ha caratterizzato Cosmoprof. Non una fiera vuota, sarebbe scorretto dirlo, ma nemmeno quella pressione costante e diffusa che ci si aspetterebbe da numeri di questa portata.
È una sensazione, certo. Ma condivisa da più operatori con cui ci siamo confrontati nei giorni della manifestazione.
Ed è proprio da qui che nascono alcune perplessità.
Da tre anni consecutivi, infatti, la fiera sembra aver intrapreso una direzione sempre più definita, con un accesso progressivamente più selettivo che ha portato, di fatto, a una minore presenza diretta dei parrucchieri in alcune aree e giornate. Una scelta legittima e probabilmente coerente con una visione più orientata al business, alla distribuzione e ai grandi player internazionali.
Tuttavia, osservando il settore hair nella sua totalità, non si può evitare di porsi una domanda: quale spazio resta, in questo scenario, per il parrucchiere?
Perché è proprio il parrucchiere a rappresentare il punto finale della filiera, colui che traduce il prodotto in esperienza reale, che costruisce relazione con il cliente e che, nel tempo, determina il successo o meno di un brand sul territorio. Ridurne la presenza rischia di creare una distanza, sottile ma significativa, tra industria e utilizzo concreto.
Questa distanza si percepisce anche camminando tra gli stand. Accanto a proposte strutturate e investimenti importanti, emerge talvolta una sensazione di minore intensità nel dialogo. Come se il confronto fosse più ordinato, più filtrato, ma anche meno spontaneo. Non è un limite evidente, ma è un cambiamento che merita di essere osservato.
Una riflessione simile riguarda anche uno degli appuntamenti più iconici della manifestazione, On Hair Show. Un’arena da oltre 6.000 posti, capace di rappresentare visivamente la grandezza dell’evento, ma che oggi solleva qualche interrogativo sul piano del contenuto.
Il format, basato su una successione di show aziendali, mantiene una forte componente spettacolare, ma in un contesto in cui il pubblico è sempre più informato ed esigente, ci si chiede quanto riesca davvero a lasciare un segno duraturo. La velocità, la somiglianza tra gli interventi e la natura spesso commerciale dei messaggi rischiano di ridurre l’impatto, trasformando l’esperienza in qualcosa che si osserva, ma che difficilmente si porta con sé.
Non è una critica allo spettacolo in sé, né alla qualità dei professionisti coinvolti. È piuttosto una riflessione sul formato, che forse oggi richiede un’evoluzione per restare allineato alle nuove esigenze del settore.
Noi come organo di informazione nel settore Beauty dobbiamo riconoscere il valore di una manifestazione che resta un riferimento assoluto a livello mondiale, ma allo stesso tempo contribuire, con rispetto, a una lettura più completa.
Perché il Cosmoprof continua a essere una piattaforma straordinaria per il business e per le relazioni internazionali. Ma proprio per questo, ogni segnale, anche il più sottile, merita attenzione.
I numeri raccontano una fiera forte, strutturata, in crescita.
La percezione, però, apre alcune domande.
E forse è proprio da queste domande che può nascere la prossima evoluzione.